La paletta fu acquistata dal Comune nel 1861, a pochi anni dall’apertura della Pinacoteca, nel contesto di una più vasta campagna finalizzata ad arricchire la raccolta lasciata dal conte Tosio con opere provenienti dagli edifici pubblici – civili e religiosi – della città. L’obiettivo era quello di documentare, a fianco dei dipinti da cavalletto di gusto internazionale collezionati dal conte, la cultura pittorica locale e la storia della scuola bresciana.
Il dipinto fu ceduto dalla fabbriceria della chiesa di San Clemente, presso la quale è da sempre documentato nelle fonti, dapprima in una cappella laterale e poi, dal Settecento, in sacrestia. All’epoca della commissione del dipinto, la chiesa e l’annesso convento erano amministrati dai domenicani, che vi si erano trasferiti nel 1517, pochi anni prima che Callisto Piazza firmasse e datasse la tela dell’Adorazione del Bambino con i santi Stefano e Antonino da Firenze.
L’opera celebra l’ordine dei predicatori attraverso la presenza – inginocchiato presso la mangiatoia, in adorazione del Bambino – di sant’Antonino, domenicano e arcivescovo di Firenze. È addirittura probabile che il dipinto sia stato commissionato proprio per celebrare la canonizzazione di Antonino, avvenuta nel 1523, e che la cappella che lo ospitava originariamente fosse dedicata proprio all’arcivescovo fiorentino. Al fianco di sant’Antonino si trova santo Stefano, riconoscibile per la presenza del caratteristico attributo delle pietre poste sul capo, simbolo del martirio avvenuto per lapidazione. É anche possibile che l’altare fosse officiato da una confraternita di carità. Santo Stefano infatti fu il primo dei diaconi, istituiti per attendere alle opere di bene, mentre sant’Antonino fu sempre celebrato per la sua misericordia verso i poveri.
La pala è eseguita con una tecnica particolare, che ne determina in parte anche gli esiti espressivi: l’artista ha dipinto a tempera su una tela molto sottile, preparata con la colla e della quale si intravede con chiarezza la trama. A questi materiali si accompagnava di solito una stesura rapida di tocco, con pennellate fluide e poco coprenti; di norma, inoltre, non si finiva l’opera con la stesura di uno strato di vernice, determinando quindi l’effetto opaco del dipinto. Per i suoi caratteri materici ed espressivi – nonché per la presenza di una bordura dipinta che finge una passamaneria damascata – la tela potrebbe sembrare uno stendardo processionale: in effetti, è stato anche ipotizzato che in origine la sua funzione fosse proprio questa e che solo successivamente sia stata adattata a decorare un altare. Si rafforzerebbe in questo modo anche il legame con l’ambiente delle confraternite di carità, che avevano un ruolo di primaria importanza nella realizzazione delle processioni. Non mancano del resto esempi nella coeva pittura bresciana di pale d’altare realizzate con questa tecnica.
L’opera va ascritta alla fase giovanile del pittore lodigiano Callisto Piazza, che in quello stesso anno dipinse a Brescia un polittico destinato alla chiesa dei Santi Simone e Giuda Taddeo, attualmente conservato nella collezione Sorlini di Carzago di Calvagese della Riviera. In entrambe queste opere il giovane artista si confronta con quelli che allora erano gli astri emergenti della produzione bresciana: Romanino e Moretto. In particolare, la Natività della chiesa di San Clemente segna una svolta verso il linguaggio accademico di Moretto. Nella figura della Vergine inginocchiata in atto di adorazione e inquadrata entro una fuga di archi si coglie una dolcezza prossima all’intonazione di analoghe figure morettesche. Inoltre, l’atteggiamento assorto, il gesto delle mani congiunte al petto, il panneggio della veste e del velo trovano puntuale rispondenza in una paletta pressoché coeva di Moretto, eseguita per la chiesa bergamasca di Sant’Alessandro in Colonna, dove si riconosce anche un rapporto simile tra la figura e l’architettura. Come nella pittura di Moretto, anche in questa prova di Callisto l’architettura ha la funzione di un vero e proprio contenitore che disciplina l’intera visione, consentendo all’artista di perseguire un suo perspicuo equilibrio formale.
Accanto all’esempio di Moretto, però, merita di essere segnalata anche la stringente relazione di questa composizione con alcune xilografia di Albrecht Dürer: la coppia di archi di un antico edificio in rovina e la tettoia in paglia a esso addossata che fanno da riparo alla Sacra Famiglia sono tratti dall’Adorazione dei Magi della serie della Vita di Maria (1501-1502 circa), mentre la figura della Vergine e l’idea dell’angelo che sorregge il Bambino sgambettante derivano dall’Adorazione dei pastori incisa per la cosiddetta Piccola Passione (1510 circa). Tali riproposizioni di tipi e pose dureriani, ricorrenti nell’opera di Callisto, sono declinati in una generale atmosfera di “placida aulicità”, completamente spogliata della vis drammatica degli originali. Il fulcro centrale della paletta è costituito dal gruppo dell’angelo con il Bambino, che propone una nota di vivace e affettuosa spontaneità; le cromie chiare si accendono talvolta su tonalità più vive, che rendono variegati i panneggi. La pennellata rapida di tocco e varia di toni avvicina l’opera a certi esempi di Romanino e di Lotto.
Roberta D’Adda
Adorazione del Bambino con i santi Stefano e Antonino da Firenze
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Titolo
Adorazione del Bambino con i santi Stefano e Antonino da Firenze
Data
1524
Collocazione
Tipo di oggetto
Dimensioni
cm
206
x 151,5
Iscrizioni
In basso al centro, sul cartiglio
: CALIXTVS / LAVDENSIS / FACIEBAT . 1524
Inventario
DI95
Ingresso
1861, acquisto
Provenienza
1861 ante, Brescia, Chiesa di San Clemente
Bibliografia
Marubbi M., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Secoli XII-XVI, Venezia 2014, pp. 249-251, cat. 129