L’affresco raffigura Apollo come dio della musica, appoggiato a uno schienale ligneo appena visibile sulla sinistra e seduto su un drappo che gli copre appena una spalla; ha il capo coronato d’alloro e reca un archetto e una tipica lira da braccio della metà del Cinquecento, della quale sono descritti con precisione la cassa di risonanza, i fori armonici e il cavigliere finemente intagliato, con sei corde e due bordoni. Dallo sfondo avanza un putto che tiene tra le mani un flauto dolce. Il dipinto ornava anticamente una villa alle porte di Brescia, nella località denominata Mompiano, e faceva parte di un più vasto ciclo dipinto da Lattanzio Gambara nel 1557 entro una sala al piano terreno dell’edificio. L’insieme si è conservato solo parzialmente ed è in non buone condizioni, ma ne rimane un preciso ricordo, tramandato dal primo biografo e studioso di Lattanzio, Federico Nicoli Cristiani, che nel 1807 ne offre una dettagliata descrizione. Sulla volta si trovavano Mercurio e Pandora, al di sotto del soffitto correva un fregio con rappresentazioni simboliche accompagnate da motti latini, nei parapetti erano raffigurati giochi di putti; Apollo “seduto sopra il camino” sembrava “dirigere con lo sguardo il coro delle nove Muse” dipinte sulle pareti entro sette compartimenti. A quel tempo la villa apparteneva alla famiglia Erba.
Lo stacco dell’affresco – la cui curiosa forma trapezoidale si spiega appunto con la sua collocazione sopra un camino – dovette avvenire dopo la segnalazione del 1807, probabilmente a opera di Giambattista Speri, un restauratore bresciano che verso la fine degli anni Venti dell’Ottocento avrebbe sperimentato e sviluppato una particolare tecnica per lo strappo degli affreschi, ma che qui si servì ancora della più sicura (ma più laboriosa) tecnica dello stacco.
In seguito, nel 1843, l’opera si trovava nelle facoltà della famiglia Frisoni di Bergamo, che per tramite di un certo Carlo Rottigni cercò di venderla all’architetto bresciano Rodolfo Vantini, collezionista e studioso della storia pittorica locale. Evidentemente l’operazione non giunse a compimento visto che nel 1875 l’Apollo veniva acquistato dal Comune di Brescia per la Pinacoteca presso lo stesso Rottigni, forse in qualità di emissario di un anonimo proprietario in ristrettezze economiche. L’opera andava quindi ad accrescere nel Museo un nucleo già significativo di opere di Gambara, artista la cui indiscussa importanza era stata sancita dal giudizio di Giorgio Vasari, che dopo il suo viaggio a Brescia nel 1566 l’aveva incoronato come il più grande pittore operante in città.
La data 1557, dipinta in grandi numeri romani sul soffitto al di sopra del camino, pone l’Apollo e gli affreschi della piccola sala di Mompiano come il primo punto di riferimento all’interno della carriera di Lattanzio, che segna qui una significativa svolta. Abbandonate le iperboli formali e la vena espressiva sciolta che aveva caratterizzato le sue prove giovanili – fortemente influenzate dalla formazione presso la bottega cremonese dei Campi e dalla collaborazione con Romanino, a fianco del quale lavorò ad alcuni importanti cicli di affreschi caratterizzati da una grande libertà inventiva – qui l’artista mostra di cercare un linguaggio più controllato e classicheggiante. Così, nonostante i limiti imposti dall’angusta cornice dipinta che delimitava lo spazio al di sopra del camino, la figura di Apollo si propone in un atteggiamento di ricercata eleganza, sottolineato da un certo rigore nel composto disegno dell’anatomia e del profilo, nonché dalla stesura compatta del colore.
Roberta D’Adda
Apollo con la lira e un putto
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Titolo
Apollo con la lira e un putto
Data
1557
Collocazione
Tipo di oggetto
Materia e tecnica
Dimensioni
cm
108,5
x 155,5
Inventario
DI91
Ingresso
1875, acquisto
Provenienza
1843 ante, Brescia, Villa Erba, Collezione Frisoni
Bibliografia
Piazza F., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Secoli XII-XVI, Venezia 2014, pp. 285-287, cat. 146