Camillo Brozzoni (1798-1863) fu una delle più colte ed interessanti figure della Brescia di primo Ottocento. Figlio di una facoltosa famiglia della borghesia mercantile, sviluppò ben presto le sue tre principali passioni: la musica, l’arte e, sopra ogni altra, la botanica, costantemente stimolate dai molti viaggi intrapresi in Italia ed Europa e coltivate anche grazie alla notevolissima disponibilità economica di cui godeva. Nel 1826 sposò Carolina Lera e a partire dal 1831 avviò la progettazione e costruzione di una villa suburbana, che fungesse da scrigno per le sue collezioni. La villa, cui competeva un annesso parco di circa 6 ettari nel vecchio borgo San Nazaro (allora comune autonomo e riconoscibile nella zona dell’attuale via Corsica), fu commissionata da Brozzoni a Rodolfo Vantini (1792-1856), il celebre architetto bresciano autore del Cimitero e di molti dei più pregevoli palazzi dell’aristocrazia cittadina, nonché suo cognato: Camillo era infatti maritato con Carolina, una sorella minore della già defunta sposa dell’architetto, Elena Lera, venuta precocemente a mancare. Purtroppo, anche i tre figli di Camillo e Carolina morirono in tenera età, sicché l’uomo riversò tutto il proprio entusiasmo e devozione verso la moglie e le proprie collezioni. La passione per la botanica, molto diffusa nell’alta società italiana ed europea tra XVIII e XIX secolo, era da Brozzoni attentamente coltivata, tanto da risultare difficile considerarlo un semplice amateur: aveva infatti raccolto una considerevole biblioteca specialistica e con l’ausilio di Vantini organizzò il parco della villa come un grande giardino botanico all’inglese, ricco di specie locali ed esotiche e per il quale spese una piccola fortuna. Il chimico Antonio Perego parlava all’epoca di un giardino “amenissimo e ricchissimo d’ogni maniera di fiori e di vegetabili peregrini, e in particolare di piante di ibridi”, lodando “l’eccezionalità degli innesti sperimentati e già brillantemente riusciti”. Entro il parco, nel 1834 Brozzoni fece anche erigere quattro serre, di cui due temperate, dedicate ciascuna a specifiche coltivazioni. Una in particolare, in stile neogotico, ospitava varietà rare di camelie, pianta d’origine orientale importata in Europa nel Settecento e che proprio nel corso del XIX secolo godette di una particolare fortuna tra gli appassionati di botanica, divenendo però celebre ed apprezzata anche dai non specialisti, fino ad entrare nella cultura popolare (è del 1848 la prima edizione del dramma di Dumas figlio, La dame aux camélias). A Brescia, la pur apprezzata collezione di circa 400 esemplari messa insieme dal conte Bernardo Lechi (1775-1869) veniva ampiamente superata da quel “bosco di camelie, da oltre un migliaio di varietà” di cui scriveva Federico Odorici nella sua Guida di Brescia (1888) ricordando l’imponente collezione Brozzoni. Evidentemente, anche la sua raccolta d’arte (che spaziava dai vetri alle ceramiche, dalle sculture alle medaglie) finì con l’essere influenzata da questa passione: non sembra un caso, infatti, che tra tutti gli scultori attivi tra Brescia e Milano egli scegliesse proprio Franceschetti, “eccellentissimo nell’eseguire i fiori”, per richiedergli la realizzazione di una statua di Flora. Plausibilmente commissionata all’inizio del 1834 ed in mostra nell’autunno 1835 all’annuale Esposizione dell’Accademia di Brera, per esplicita richiesta del committente la statua doveva rappresentare la dea della fioritura e del rigoglio della Natura con le sembianze dell’amata consorte Carolina, apprezzata acquerellista che condivideva col marito una sincera passione per la botanica. Il riferimento classico imprescindibile era, ovviamente, una celebre statua romana, la Flora Maior o Flora Farnese oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, opera del I-II secolo d.C. La critica più recente ha tuttavia molto correttamente rilevato la più significativa dipendenza dell’opera di Franceschetti dalla già allora celebre Ebe (1806) di Bertel Thorvaldsen oggi a Copenaghen, di cui riprende postura ed atteggiamento delle braccia, componendone specularmente la veste a scoprire, parimenti, uno dei seni. Se altissimo è il risultato conseguito dal maestro danese, nemmeno priva di fascino appare l’opera bresciana, cui Franceschetti ha infuso un’umana eleganza che ci fa sentire la divinità più prossima senza renderla per questo più terrena, tutelando così questa Carolina-Flora dalla potenzialmente simile scandalosità della Paolina-Venere scolpita da Canova quasi trent’anni prima. L’opera si pone dunque, prima di tutto, come celebrazione di una triplice passione, di cui è fatta immagine unitaria: l’arte, che esalta l’amore coniugale alimentato dalla comunione di interessi ed ideali. Flora è qui dea cara al collezionista, allo sposo ed al botanico, e tutti e tre la desiderano eternata nel marmo; lei ringrazia, e con la serena nobiltà di una dea dona a chi la venera nientemeno che una camelia, simbolo della loro unione.
Roberta D’Adda
Carolina Lera Brozzoni come Flora
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Titolo
Carolina Lera Brozzoni come Flora
Data
1834
Collocazione
Tipo di oggetto
Materia e tecnica
Dimensioni
cm
174
x 67
x 62
Inventario
SC13
Ingresso
1863, legato, Camillo Brozzoni
Bibliografia
Mondini M., L'Ottocento in Variazioni sul classico. Sculture dell'Otto e Novecento nei Musei Civici di Brescia, Brescia 2013, p. 28, cat. 10