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La storia della teletta è strettamente legata a quella della moderna rivalutazione di Romanino e della sua lettura da parte della critica novecentesca come pittore dal temperamento impetuoso e inquieto. Segnalato nel 1925 nella prima monografia dedicata all’artista, negli anni Ottanta del secolo scorso il dipinto fu acquistato da Giovanni Testori, scrittore e drammaturgo che fu il principale artefice di tale lettura. Testori lo teneva nella propria casa a Milano, appeso alla testa del suo letto; gli dedicò anche un componimento poetico in dialetto, che si chiudeva con il grido disperato della Maddalena ai piedi della croce: “Crepa no, Cristu”. Dalla collezione Testori l’opera è passata direttamente nelle raccolte della Pinacoteca: l’acquisto è da leggere nel contesto di un più vasto sistema di attività intraprese dai Civici Musei per mettere in luce il contributo della scuola bresciana alla pittura della realtà.
Il dipinto vuole restituire con forza la dimensione umana e drammatica della morte di Cristo in croce: Romanino pone una croce capace a malapena di contenere il corpo di Cristo al centro della tela, in una posizione di violento scorcio, contro un cielo furiosamente sconvolto da bagliori di luce e da nubi corrusche. La Maddalena, una mezza figura dalle proporzioni monumentali, collocata al margine della composizione, è ritratta con un’abbreviatura deformante, tutta risolta nello sguardo dagli occhi strabuzzati e nell’urlo che porta in vista la chiostra dei denti.
L’opera presenta stringenti tangenze con la pittura nordica: la croce posta di scorcio e la Maddalena con lo sguardo rivolto verso l’alto trovano riscontri puntuali nelle invenzioni di Albrecht Dürer e di Lucas Cranach. Più che la ripresa di prototipi precisi però, sembra che all’artista bresciano interessi qui una consonanza spirituale ed espressiva con l’arte tedesca, nell’ottica dell’espressione di intimi e profondi valori spirituali. Lo scarto dimensionale tra la santa e il crocifisso suggerisce che – al di là dell’episodio storico della morte di Cristo – la scena possa essere letta come la rappresentazione di un fedele ai piedi di un oggetto di devozione, favorendo la partecipazione emotiva del riguardante.
Il Crocifisso con Maria Maddalena si colloca in un nucleo di opere di Romanino databili agli anni 1541-1543, che preludono alla realizzazione della Resurrezione di Lazzaro dipinta per la chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia, nella quale raggiunge il suo culmine la ristrettezza soffocante dello spazio, la perdita di qualsiasi coerenza anatomica e formale e la caratterizzazione dimessa dei protagonisti della storia sacra.
Roberta D’Adda

Titolo
Crocifisso con Maria Maddalena
Data
1541 - 1543 ca.
Collocazione
Tipo di oggetto
Materia e tecnica
Dimensioni
cm 80 x 66
Inventario
DI1770
Ingresso
1995, acquisto
Provenienza
1925 ante, Palazzolo sull'Oglio e Bergamo, Collezione Giacinto Ubaldo Lanfranchi
1985/1989 - 1995, Milano, Collezione Giovanni Testori
Bibliografia
Francucci M., [scheda] in Maddalena. Il mistero e l'immagine, Cinisello Balsamo (MI) 2022, p. 462, cat. 6.11