Nel 1826 il ritratto fu acquistato da Paolo Tosio a Brescia, presso la famiglia Avoltori; considerata la presenza a Brescia di numerosi dipinti di Moroni eseguiti anche dopo i primi anni di attività possibile ipotizzare che la tela appartenesse ab origine a una famiglia della nobiltà locale, anche se non vi sono in tal senso elementi probanti.
Dal momento dell’ingresso nella collezione Tosio, la fortuna del dipinto ha avuto un progresso costante e parallelo a quello del cosiddetto Poeta sconosciuto, eseguito nello stesso anno.
Il ritratto è ambientato entro una stanza non caratterizzata, della quale si vede solo una parete grigia, articolata dallo spigolo di uno sporto e modulata dall’incidenza della luce, memore della formazione di Moroni a Brescia, presso Moretto. L’illuminazione diagonale lascia intuire la presenza nell’ambiente di una finestra aperta in alto, al di fuori dello spazio rappresentato: il triangolo chiaro che si delinea così sullo sfondo, in alto a destra, costituisce un diretto precedente delle ricerche giovanili di Caravaggio. L’attenzione si concentra quindi sull’imponente figura del protagonista, seduto su una sedia in legno della quale si vedono, fissate da borchie metalliche, le finiture in tessuto rosso ornato da frange animate da tocchi di luce. Con il braccio destro informalmente abbandonato sul bracciolo della sedia, l’uomo mostra di volgersi verso il riguardante, distogliendo l’attenzione dalla lettura di una lettera che tiene sollevata con la sinistra e che reca un motto in spagnolo, la data 20 febbraio 1560 e la firma del pittore. Sul tessuto verde che ricopre il tavolo è negligentemente appoggiata un’altra lettera solo dissigillata. Il personaggio indossa una cappa nera foderata di ermellino e una berretta a tricorno, entrambi prerogativa dei dottori. Questo elemento, insieme all’epiteto “Magnifico Segnor” che si legge nell’intestazione della lettera, hanno suggerito che il ritrattato – del quale si ignora la precisa identità – potesse essere un magistrato.
La presentazione si caratterizza innanzitutto per l’imponenza della figura vista di scorcio e per la resa naturalistica del viso, restituito rinunciando a ogni idealizzazione: si colgono l’incipiente diradarsi dei cappelli, il leggero cedimento dei muscoli facciali causato dall’età e, con evidenza, il bozzo che occupa il centro della fronte. La naturalezza della posa e lo sguardo franco contrastano con l’impianto del ritratto, che l’impaginazione e l’accurata descrizione dell’abbigliamento connoterebbero altrimenti come ritratto ufficiale. Non si deve trascurare la relazione che pare esistere tra l’atteggiamento rilassato e informale e il motto vergato in capo alla lettera: “Aquì quedo con sosiego”, che si può tradurre come “Qui sto in pace con me stesso”. L’uso della lingua spagnola, ricorrente nella ritrattistica moroniana della fine del sesto decennio, si spiega con il fatto che in quegli anni il pittore entrò in contatto con le élites veneto-bergamasche più vicine alla Spagna. In tal senso, è importante considerare che il termine “sossiego”, assai caro alla letteratura spagnola del Cinquecento, avendo il significato di pace interiore, quiete e tranquillità d’animo, rendeva il senso di un sentimento dalla forte caratterizzazione umanistica e, in parte, religiosa.
Roberta D’Adda
Il magistrato
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Titolo
Il magistrato
Data
1560 - 1560
Collocazione
Tipo di oggetto
Dimensioni
cm
116
x 91,5
Iscrizioni
In centro a destra, sulla lettera appoggiata sul tavolo
: Mag. [nifi]co Seg[no]r Etore Leva / Aqui quedo con sossiego [Qui sto in pace (con me stesso)] / XX febr[ai]o M.D.L.X. / Gio[vanni] Bat[tist]a Morone pit[tor]e Albin[ense]
Inventario
DI147
Ingresso
1844, legato, Paolo Tosio
Provenienza
1826 ante, Brescia, Collezione Avoltori
Bibliografia
Plebani P., [scheda] in Miseria & Nobiltà. Giacomo Ceruti nell'Europa del Settecento, Milano 2023, pp. 100-101, n. I.5