La tela, di importanti dimensioni, fu commissionata nel 1818 al pittore fiorentino Giuseppe Bezzuoli dal mecenate e collezionista bresciano Paolo Tosio. All’epoca l’artista aveva da tempo completato gli studi all’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Pietro Benvenuti, intrapresi dopo una prima formazione condotta seguendo le lezioni di anatomia di Luigi Sabatelli e seguiti da un soggiorno di tre anni a Roma, compiuto grazie all’ottenimento di un premio e dedicato allo “studio instancabile delle opere particolarmente di Raffaello, del Domenichino, e di Guido Reni”.
Già a partire dal XVI secolo e per tutta la prima metà dell’Ottocento, il celebre affresco con la Scuola di Atene, eseguito da Raffaello nella Stanza della Segnatura dei palazzi Vaticani, fu oggetto di studio, di copia e di ispirazione da parte degli artisti. L’interesse di Tosio, e la conseguente decisione di commissionare una copia fedele e “in grande”, derivava non solo dal riconoscimento della Scuola come modello di perfezione formale, ma anche da uno specifico interesse per il soggetto, “sintesi altissima della cultura teologica e filosofica dell’epoca, nella quale Raffaello ritrae i più grandi pensatori dell’antichità nelle sembianze dei maggiori artisti e pensatori suoi contemporanei”. L’identificazione dei protagonisti antichi e moderni della scena era infatti ben nota a Tosio, come attesta una nota conservata nel suo archivio (Archivio di Stato di Brescia, Fondo Avogadro Del Giglio Tosio, b. 55, f. 2, c. 39; d’ora in avanti ASBS, AAT). All’epoca della commissione a Bezzuoli, del resto, il collezionista bresciano aveva da poco concluso una prima serie di interventi di ammodernamento della sua dimora: nelle decorazioni delle stanze ricorrevano richiami alla cultura umanistica e alle arti e nel salone tre tele dell’amato pittore bresciano Luigi Basiletti celebravano la filosofia (Pericle e Aspasia), la poesia (Faone e Saffo) e, più in generale, il tema dell’educazione nel suo senso non solo intellettuale ma anche civico e morale (La madre dei Gracchi). Altri interventi sarebbero seguiti negli anni successivi, sotto la direzione dell’architetto Rodolfo Vantini, con l’esito fra l’altro di rafforzare ulteriormente la celebrazione della cultura umanistica, scientifica e artistica attraverso le allegorie e i ritratti di uomini illustri.
Negli anni della commissione cominciava inoltre a prendere forma in casa Tosio la celebre collezione di pittura antica e moderna che avrebbe dato poi vita alla Pinacoteca civica bresciana. Negli anni 1821-1823 la raccolta si arricchì di due opere giovanili di Raffaello, l’Angelo e il Redentore, punti focali di un più ampio omaggio al mito del “divino pittore”, condotto anche attraverso le stampe e la commissione a Felice Schiavoni di una tavola illustrante il celebre episodio di Raffaello che ritrae la Fornarina.
La storia della commissione e dell’esecuzione della copia della Scuola di Atene è dettagliatamente restituita da una serie di lettere scambiate tra Bezzuoli, Tosio e l’erudito bresciano Luigi Lechi, amico di entrambi e mediatore nella commissione (fu probabilmente lui a suggerire il nome del pittore fiorentino, che Tosio non conosceva personalmente; ASBS, AAT, b. 55, ff. 2 e 3). Nel maggio del 1818 Bezzuoli scriveva a Lechi dicendo che avrebbe accettato la commissione, “impresa ardua, ma lusinghiera” alla quale intendeva dedicarsi “con il maggiore impegno possibile”, e che a tale scopo si sarebbe trasferito a Roma nell’autunno. Già a settembre Lechi mandava a dire che “il pittore Bezzuoli è disperato perché la grande Pittura di Raffaello è molto rovinata, e non vi si trova più il vero tono, e l’impresa di copiarla è grande perché in molti luoghi bisognerà interpretare Raffaele”, opinione confermata da Luigi Basiletti, a sua volta assiduo a Roma. Lechi d’altro canto assicurava che “il primo sbozzo è assai grazioso, che Bezzuoli farà tutto il possibile, e farà bene” e che il quadro “è grande abbastanza per coprire una intera parete”. In una sua diretta a Tosio, Bezzuoli ribadiva: “Faccio quello che posso per indovinare quello che Raffaello ha voluto fare, essendosi dei pezzi interamente distrutti; a questo oggetto mi sono provvisto d’una stampa delle migliori che si trovano di questa bellissima opera, e con l’esaminare le antiche stampe, e osservare sopra l’originale, cerco di rimediare malamente ai guasti del Tempo” (il riferimento è in particolare alla stampa di Giovanni Volpato, eseguita a fine Settecento). A tali sollecitazioni Tosio rispondeva: “Tanto più sarà preziosa la sua opera, quanto più l’originale manca per noi, e maggiormente mancherà per i nostri posteri”. Nel febbraio del 1819 il dipinto fu spedito da Roma a Firenze per le ultime velature, nel tentativo di ricostituire “quell’accordo che non si trova più nell’originale”. Dopo il rilascio di un certificato nel quale Pietro Benvenuti attestava che la copia era fedele all’originale e “fatta con molta intelligenza” e dopo una breve esposizione all’Accademia di Belle Arti di Firenze, il quadro, nel settembre del 1819, veniva spedito a Brescia ancora fresco e quindi sistemato con molte cautele entro una cassa foderata di carta e di cerata, che tuttavia non bastò a evitare alcuni guasti. Nella stessa cassa Bezzuoli inviava una Nascita di Venere di sua invenzione, ispirata a Poliziano, che poi Tosio decise di acquistare.
Mentre aspettava l’arrivo dell’opera, il collezionista bresciano – il quale stava fra l’altro avviando le trattative per l’acquisto del Redentore – progettava addirittura di bandire un concorso per l’esecuzione di una ulteriore copia della Scuola di Atene, “per omaggio al divino Raffaele e per incoraggiamento alle belle arti” (ASBS, AAT, b. 55, f. 2, cc. 42 e 45). Ricevuta la tela nel novembre del 1819, all’inizio del 1820 Tosio scriveva a Bezzuoli: “La Scuola d’Atene mette alla prova qualunque pittore, ed ella ha saputo eseguirne una copia che a tutti gli altri pregi unisce pure un’impronta di originalità. Tale si è il giudizio comune sopra il suo quadro. Molti poi, approfittandosi della bellezza stessa che vi riconoscono, ne fanno de’ confronti nelle diverse parti del quadro stesso, e sembra loro che non in tutte si ritrovi un eguale grado di finimento e di perfezione. In questo dubbio io non ricorro che al giudizio dello stesso Autore, giacché un Autore veramente di vaglia è sempre il giudice migliore dell’opera propria, e io so d’altronde quanto sia gentile e delicata la di lei premura per questa mia commissione. Io bramerei perciò ch’ella rivedesse questo suo lavoro a occhio riposato, e allora potrebbe o tranquillizzarmi colla sua approvazione, o soddisfarmi con una pennellata maestra. L’opera originale di Raffaele va col tempo deteriorando, ed io vorrei che questa copia superstite all’originale potesse portare alla posterità i due nomi uniti di Raffaello e di Bezzuoli”. La richiesta del committente non fu mai soddisfatta, a quanto risulta. Bezzuoli infatti rispose: “Chi sarebbe mai quell’ardito di interpretare il genio di Raffaello dopo la sua morte? Io lo sono stato accingendomi a questa ardita impresa, ma non vi sono riuscito come desideravo, bisogna perdonarmi”. Ciò nulla toglie alla straordinarietà di questa commissione e di questa copia, non esercitazione passiva ma “vera e propria indagine di linguaggio e, nell’intenzione del committente, sicuramente tramite per ristabilire quel nesso tra mondo classico e mondo moderno, come lo erano per lui le opere di Canova o di Thorvaldsen” che in quegli stessi anni aveva commissionato.
Roberta D’Adda
La Scuola di Atene
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Titolo
La Scuola di Atene
Data
1819
Collocazione
Tipo di oggetto
Dimensioni
cm
167
x 227
Iscrizioni
In basso a sinistra, su tavola in marmo
: RAFFAELLO SANTI DA URBINO / FECE L'ANNO MD / GIUSEPPE BEZZUOLI PROFESSORE DELL'ACCADEMIA DI FIRENZE / COPIO DALL'ORIGINALE IN ROMA / L'ANNO 1819 / PER COMMISSIONE DEL CONTE PAOLO TOSIO DI BRESCIA"
Inventario
DI515
Ingresso
1844, legato, Paolo Tosio
Bibliografia
D'Adda R., "Per omaggio al divino Raffaele e per incoraggiamento alle Belle Arti": cultura figurativa e gusto collezionistico a Brescia tra Sette e Ottocento in Raffaello. L'invenzione del "divino pittore", Milano 2020, pp. 29, 32