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La tavola proviene dalla chiesa del monastero dei benedettini cassinesi di Sant’Eufemia (ora parrocchia di Sant’Afra), dove ornava l’altare maggiore. Il monastero fu soppresso in età napoleonica e, passato al Demanio, divenne sede di caserma, funzione che conserva tuttora. La pala fu ceduta in deposito alla Pinacoteca nel 1859 in cambio di un’opera assegnata allora al pittore bergamasco Enea Talpino detto Il Salmeggia e riconosciuta più correttamente come dipinto di Guglielmo Caccia detto il Moncalvo.
Memore delle sacre conversazioni tardo quattrocentesche, Moretto opera in questo dipinto una sintesi fra la tradizione lombarda, quella veneta frutto di un avvicinamento a Tiziano rimeditato sul polittico Averoldi nei brillanti colori sapientemente contrapposti, e quella centroitaliana, propriamente raffaellesca. La lezione bramantesca è poi riflessa entro un ambiente che nella volta con gli oculi aperti si rifà con evidenza all’Incisione Prevedari.
La pala mostra ai devoti da un punto di vista ribassato i quattro santi legati al monastero bresciano in pose perfettamente simmetriche e armonicamente variate, mentre contemplano la Vergine apparsa sulla nube con il Bambino e san Giovannino. San Benedetto in abiti vescovili a sinistra e santa Giustina a destra, con il pugnale confitto nel petto, sono un preciso richiamo al fondatore dell’ordine benedettino e alla santa eponima della casa madre della riforma “cassinese” dello stesso ordine, che fu appunto avviata nel Quattrocento nel monastero padovano di Santa Giustina. Gli altri due santi invece rinviano al contesto bresciano. Di San Paterio, inginocchiato a destra, che fu vescovo di Brescia nel primo decennio del secolo VII, la chiesa che ospitava il dipinto conserva ancora oggi le reliquie, mentre a Sant’Eufemia era dedicata la chiesa del monastero che i benedettini possedevano nell’omonima località a est di Brescia e che abbandonarono dopo il 1438, quando a causa dell’assedio del Piccinino il complesso venne devastato irrimediabilmente. Il nuovo complesso monastico edificato all’interno delle mura cittadine a partire dal 1462 conservò il titolo di sant’Eufemia, santa che il Moretto presenta a sinistra reggente una lunga sega. L’attributo iconografico non è tipico della santa (che di solito è accompagnata dagli strumenti del martirio quali leoni, serpenti, la macina di un mulino, oppure decapitata o pugnalata, ma piuttosto della martire bresciana Afra.
La studiatissima contrapposizione di gesti e di colori che ne fa una delle opere di Moretto più classiche mostra l’impegno del pittore nella ricerca dell’euritmia compositiva. Contribuisce al concerto fra le parti il paesaggio che arieggia in basso, aperto su un torrente che solca una vallata interrotta da un turrito castello, il cui profilo spicca contro lontani monti azzurrognoli su cui giace un luminoso orizzonte.
Nella parte superiore della tavola, forse un poco compressa sotto la volta, si mostra quella che probabilmente è la prima Madonna che il Moretto colloca su una nube e non in trono, una soluzione compositiva che diventerà tipica della sua produzione matura. Ballarin ha segnalato la dipendenza dalla raffaellesca Madonna di Foligno.
Giambattista Ceruti

Titolo
Madonna con il Bambino e san Giovannino con i santi Benedetto, Paterio, Eufemia e Giustina
Data
1527
Tipo di oggetto
Materia e tecnica
Dimensioni
cm 333 x 216
Inventario
DI90
Ingresso
1859, deposito, Parrocchia di Sant'Afra, Brescia
Provenienza
1859 ante, Brescia, chiesa di Sant'Eufemia
Bibliografia
Fusari G., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Secoli XII-XVI, Venezia 2014, pp. 220-223, cat. 115