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Il piccolo dipinto di devozione privata opera di Simone Cantarini, considerato il più dotato e originale fra gli allievi di Guido Reni, mostra la Vergine assisa sulle nubi mentre regge sulle sue ginocchia il Bambino benedicente. Offrono entrambi a invisibili fedeli ai loro piedi un rosario. La tavolozza è limitata a pochi colori: l’azzurro lapislazzuli e il rosa carico delle vesti della Vergine, su cui spicca il bianco della tunichetta che insolitamente copre il corpo del bambinello; fanno da sfondo i grigi delle nubi e gli aranciati e i terra di Siena che, a gradazioni differenti, compongono un alone sfolgorante attorno all’apparizione divina, lasciando emergere una corona di testine di cherubini.
È una immagine intima e delicata, anche un poco dolciastra e popolareggiante, allineata con l’iconografia più ortodossa dell’età della Controriforma. Fiorella Frisoni evidenzia che Cantarini non inventa l’immagine ma trasforma “in creature spiranti, affettuosamente vicine a chi guarda” la statua lignea che tuttora è collocata sull’altare della cappella della Madonna del Rosario in San Domenico a Bologna.
La corrispondenza fra l’immagine scolpita e quella dipinta è quasi totale e il piccolo quadro potrebbe essere considerato una testimonianza della partecipazione da parte di Cantarini alla gara per dimostrare la superiorità della pittura sulla scultura. Più probabilmente il committente era una devoto della Madonna conservata nella chiesa bolognese e ne richiese una trasposizione su tela per la devozione quotidiana.
Proprio nei decenni del XVII secolo il rosario era diventato centrale nella preghiera del mondo cattolico. La pratica di recitare il rosario in onore della Madonna ha origine medievale e secondo il racconto agiografico fu particolarmente cara a san Domenico, considerato dalla tradizione il promotore della devozione perché avrebbe ricevuto dalla Vergine stessa il primo rosario. L’ordine domenicano ne diffuse l’usanza a livello popolare, anche attraverso le confraternite mariane, come mezzo per guidare la meditazione sui fatti dolorosi e gaudiosi del racconto evangelico e ottenere la conversione dei peccatori e dei non credenti. Un nuovo impulso alla preghiera del rosario fu dato a fine Quattrocento, ma fu papa Pio V a istituire la festa del Santo Rosario, nella prima domenica di ottobre, per celebrare la vittoria di Lepanto del 1571 sugli Ottomani, ritenuta propiziata dalla Vergine invocata tramite il rosario. Fu poi Clemente XII a estenderla a tutta la Chiesa nel secolo successivo.
La tela fu acquistata dal conte Tosio nel 1821, a Pesaro, assieme al Redentore di Raffaello e alla Madonna dei garofani di bottega raffaellesca, dall’antiquario Ercolesi. La provenienza della tavola raffaellesca dalla nobile famiglia pesarese dei Mosca, che protesse e ospitò il Cantarini dopo la sua rottura con Guido Reni, nel 1637, ha indotto a supporre che l’opera sia stata realizzata per quella committenza e in quel torno di tempo, ma l’ipotesi non può essere verificata. Sebbene non manchi qualche riferimento nelle fonti relative a Cantarini a un suo dipinto di questo soggetto, non vi sono elementi sicuri per identificarlo con la teletta Tosio.
Quanto alla datazione, ragioni di stile quali “il colore luminoso delle superfici e la tersa precisione formale” inducono Federico Giannini a concordare con chi rigetta una datazione tarda proposta da altri studiosi e considera invece assai più probabile l’esecuzione all’inizio del quinto decennio del Seicento, subito dopo il viaggio a Roma del 1639, dove Cantarini aveva studiato Raffaello e la scultura antica.
Giambattista Ceruti

Titolo
Madonna del Rosario
Data
1640
Tipo di oggetto
Materia e tecnica
Dimensioni
cm 48,7 x 38
Inventario
DI193
Ingresso
1844, legato, Paolo Tosio
Provenienza
1821 ante, Milano, Collezione Mosca da Pesaro
Bibliografia
Giannini F., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Seicento e Settecento, Venezia 2011, pp. 346-348, cat. 232