Le due opere (DI628 e DI631), in particolare il Mugnaio, sono all’origine della riscoperta novecentesca del bergamasco Antonio Cifrondi come pittore della realtà. Fu Roberto Longhi nella mostra milanese del 1953 a privilegiarne la produzione di “mezze figure di artigiani, zingari e commedianti” rispetto ai soggetti religiosi o mondani per i quali era noto. Un precedente di Giacomo Ceruti, nella prospettiva di Longhi, ma, diversamente da altri pittori che lavorarono tra Sei e Settecento fra Veneto e Lombardia, capace di superare gli eccessi del “caratteristico”, dipingendo delle raffigurazioni dove il soggetto popolaresco è presentato con la sua dignitosa identità.
Cifrondi, prima di intraprendere la carriera di pittore nella bergamasca, era stato in Francia, a Parigi, e forse vi aveva visto le tele dei Le Nain e certo conosceva le incisioni delle Arti per via di Annibale Carracci, opere tutte dove la rappresentazione del reale è priva di forzature comiche o caricaturali. Probabilmente, però, furono l’approdo a Brescia intorno al 1722 (ma la data può essere anticipata di qualche anno, alla seconda metà del decennio precedente), l’incontro con una differente committenza e soprattutto il confronto con il Ceruti, che in quegli anni pure era in città, i motivi che influirono nella produzione di Cifrondi, permettendogli di mettere talvolta da parte ogni forzatura grottesca e sopra le righe.
I due quadri furono acquistati per la Pinacoteca nel 1935, dopo essere stati esposti alla mostra dedicata al Seicento e al Settecento bresciano organizzata da Emma Calabi. In quell’occasione si volle considerarli parte di una improbabile serie che fu intitolata “la famiglia del mugnaio”. Oltre al Mugnaio, infatti giunsero al museo La cucitrice e altre due tele raffiguranti due vecchi, che vennero definiti senza fondati motivi la madre e il padre del giovane artigiano.
Più che di serie è forse meglio parlare di affinità sia di sguardo del pittore sia di tecnica fra le quattro tele. “L’incantevole, candido Mugnaio (quasi “Pierrot lunaire”)” osserva con attenzione il grano che è raccolto in un cencio, probabilmente volendone valutare la qualità. Quello che emerge solitario dal fondo scuro è il ritratto di un giovane uomo intento al suo lavoro, affettuosamente presentato per quello che è, in tutta la sua serietà di umile, senza sovrapposizioni di significati. Pennellate evidenti, strisciate con abile sprezzatura, costruiscono il personaggio, creano la luce che, proveniente da sinistra, fa risaltare la casacca bianca chiusa da grandi bottoni, il berretto e il sacco vuoto sulla spalla sinistra.
De La cucitrice sono note altre quattro versioni, ma a giudizio di Anelli nessuna è capace di “ricreare la magica sospensione lunare” come quella posseduta dalla Pinacoteca. Qui, diversamente dalla tela precedente, abbiamo una ambientazione attentamente precisata del pittore: la finestra, l’impannata contro cui si staglia la donna, l’angolo buio sulla destra, la sedia e in primo piano, vicino ai piedi, una tacchina “come usavano ancora non molti decenni fa le donne lombarde, per riscaldarsi nella gelida stanza in cui sedevano immobili per il cucito”.
Anche qui le pennellate di bianco date alla brava danno corpo alla luce sullo scialle, sul corsetto, sul telo posato in grembo, sul filo, sull’ago e sul ditale, sullo spillone che trattiene i capelli raccolti (lo possiamo immaginare) a treccia e poi avvolti a chignon. Una figura femminile che ancora davvero si poteva incontrare nella campagna lombarda cinquanta o settant’anni fa. Al bianco luminoso si affiancano poche altre variazioni di tinte terrose che restituiscono un’intimità casalinga, umile e serena, vicina a quella che in questi stessi anni il Ceruti proponeva ritraendo in gruppo delle cucitrici nel coevo ciclo cosiddetto di Padernello.
Questa affinità pone il problema del dare e dell’avere fra i due pittori: contemporaneamente a Brescia, il più giovane Ceruti non era certo ignoto all’anziano Cifrondi. È il più giovane a far maturare nell’altro la possibilità di eliminare ogni significato allegorico e ogni deformazione ridicola per rappresentare solo la realtà degli infimi?
Giambattista Ceruti
Mugnaio
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Titolo
Mugnaio
Autore
Data
1720
Collocazione
Tipo di oggetto
Dimensioni
cm
108,5
x 81
Inventario
DI628
Ingresso
1935, acquisto
Bibliografia
Terzaghi M.C., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Seicento e Settecento, Venezia 2011, pp. 82-84, cat. 36