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I due ritratti (DI1530 e DI1531), al loro apparire sul mercato antiquario, sono stati in un primo momento ritenuti del Ceruti, per poi essere riconosciuti quali dipinti di Antonio Paglia, attribuzione che ha trovato numerose conferme assensi. Figlio del più noto Francesco, Antonio li avrebbe dipinti nel periodo più felice della sua produzione artistica, ovvero nel terzo decennio del Settecento, dopo il ritorno a Brescia (entro il 1718) da Venezia, quando il “passaggio da un a stesura smaltata a una più sciolta, con pennellate a volte solo accennate quasi fossero finiture ad acquerello” è testimonianza del suo alunnato presso Sebastiano Ricci.
Potrebbero essere non dei pendant, ma elementi di una serie (la medaglia che pende al fianco di entrambi potrebbe essere testimonianza di un ruolo svolto o dell’appartenenza a un sodalizio). I due ovali hanno infatti misure pressoché identiche e l’impostazione è assai simile. Lo sfondo di entrambi è quello tipico dei ritratti aulici, ovvero una colonna attorno alla quale è ravvolta una tenda, che ha la funzione di dare rilievo al capo dell’effigiato posto di tre quarti. Sulla destra la pittura si apre al cielo e a un accenno di paesaggio, con degli edifici nell’un caso, alberi nell’altro. Una voluta in primo piano e un vaso marmorei aggiungono una nota più raffinata nel ritratto di quello fra i due che esibisce un maggior grado di aristocraticità, una sorta di indolente dandysmo che si svela nell’appoggiarsi con molle noncuranza alla balaustra. Se lo sguardo esprime forse una fatua alterigia, è essa però venata da un distacco malinconico. Il pennello del pittore indugia sulla marsina di broccato rosa decorato in oro, sul ricco panciotto abbottonato al collo, sullo strabordante mantello azzurro che avvolge la figura, sulla parrucca incipriata che, come al Giovin Signore di pariniana memoria, annulla l’età.
Assai diverso è l’altro aristocratico, forse coetaneo o appena più giovane, ma dal piglio volitivo, che ben si esprime nella mano che saldamente preme sul tavolo panneggiato, su cui sono posti un libro e una spada, forse elementi volti a caratterizzarne gli interessi. Il temperamento è inoltre rivelato dall’espressione risoluta, dal gesto deciso con cui esibisce dei fogli dove è uno stemma non identificato. Anche la marsina rossa, meno impegnativa delle vesti dell’altro aristocratico, la sciarpa annodata al collo ma non contenuta nel panciotto, la mancanza del mantello, sono elementi che danno maggiore spigliatezza al raffigurato, che sentiamo determinato a conquistarsi un ruolo nella società, tanto quanto l’altro pare invece olimpicamente assente.
Ogni tentativo fatto sino ad ora per dare ai due effigiati una identità si è rivelato inconcludente; anche i pochi indizi suggeriti dal contesto non hanno consentito di circoscrivere il campo di indagine.
Giambattista Ceruti

Titolo
Ritratto di gentiluomo
Data
1720 - 1730 ca.
Collocazione
Tipo di oggetto
Materia e tecnica
Dimensioni
cm 135 x 111
Inventario
DI1531
Ingresso
1984, acquisto
Bibliografia
Crescini A., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Seicento e Settecento, Venezia 2011, pp. 105-108, cat. 46