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La tavola è parte del legato di Paolo Tosio, nella cui collezione figurava come opera di Tiziano. Tale riferimento è indice significativo del poco o nullo interesse che il colto collezionista dovette riservare alla pittura bresciana del Rinascimento, testimoniata nella raccolta dal solo Moretto, il cui stile meglio si confaceva al gusto e all’interesse di Tosio. La corretta attribuzione del dipinto a Romanino si registra per la prima volta in una guida del 1863, e si può verosimilmente ipotizzare che essa sia da imputare alla diffusione in città della cultura della connoisseurship, estesa anche ai maestri bresciani e stimolata in città dal passaggio di esperti quali il tedesco Otto Mündler, che visitò la Pinacoteca in veste di agente della National Gallery di Londra nel corso del viaggio in Italia degli anni 1855-1858.
Nel dipinto è raffigurato un uomo inquadrato a mezzo busto e leggermente volto di trequarti; indossa una camicia bianca, della quale a malapena si intravede il colletto, e un farsetto nero sormontato da un giubbetto a bande orizzontali grigio-verde e rosa aranciato, senza alcuna particolare lavorazione a esclusione della semplice cucitura sulla spalla sinistra. Le indagini radiografiche e riflettografiche effettuate in più occasioni hanno rivelato che in origine il capo del giovane uomo era coperto da una berretta dalla falda molto abbassata, che doveva arrivare a coprire circa metà della fronte. La perdita di questa parte dell’opera va fatta risalire a prima del 1871, quando già si registra al suo posto un’evidente ridipintura.
Una calda luce trasversale, proveniente da sinistra, illumina il volto del personaggio, che si stacca in modo graduale dal fondo scuro. Il prezioso cromatismo del giubbetto non è esibito, ma quasi in sordina, soffocato dalla penombra. Il disegno asciutto della figura, la raffinatezza sommessa e quasi castigata della semplice composizione – generalmente lette dalla critica come indizio di precocità – costituiscono l’elemento probante per collocare l’opera negli anni intorno al 1544, quando nella pittura di Romanino si registra una sorta di ripiegamento. L’abituale, inquieto fremito dei personaggi romaniniani è abbandonato in favore di una sottile introspezione, condensata nello sguardo intenso e assorto, sensitivo e denso di pathos spirituale più che propriamente malinconico. L’intonazione di questo ritratto, in tal senso, non è dissimile da quella dei coevi ritratti di Lorenzo Lotto: entrambi i pittori sembrano intuire ed esprimere la crisi spirituale a cui pare andare incontro la loro epoca.
Roberta D’Adda

Titolo
Ritratto di gentiluomo
Data
1543 - 1545 ca.
Tipo di oggetto
Materia e tecnica
Dimensioni
cm 50,5 x 42,5
Inventario
DI82
Ingresso
1844, legato, Paolo Tosio
Bibliografia
Pavesi M., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Secoli XII-XVI, Venezia 2014, pp. 190-191, cat. 103