Nel dipinto è da riconoscere uno degli episodi più rappresentativi e più noti dell’intero catalogo di Giovanni Gerolamo Savoldo, pittore di origine bresciana lungamente operoso a Venezia. La storia del quadro, recentemente ricostruita, comincia nel 1643, con una precisa segnalazione entro la collezione del cardinale Richelieu: il dipinto si trovava allora, a pochi mesi dalla morte dell’illustre prelato, nel Palais Cardinal, insieme fra l’altro a una interessante selezione di opere cinquecentesche di maestri dell’Italia Settentrionale. Passato probabilmente nelle facoltà di una nipote del cardinale, il ritratto torna in luce nel 1894, oltre Manica, quando partecipa alla celebre mostra degli Old Masters realizzata presso la Royal Academy, prestato da lord William Archer, earl of Amherst. Nei vari passaggi successivi – che includono anche la collezione Contini Bonacossi a Firenze e la collezione Peter Jay Sharp di New York -, il dipinto giunge a Brescia una prima volta nel 1990 per la mostra monografica dedicata a Giovanni Gerolamo Savoldo. Nel 1994 la Banca Popolare di Brescia (poi assorbita dal gruppo Unicredit, attuale proprietario) lo acquista sul mercato antiquario e, contestualmente, provvede a depositarlo in Pinacoteca, contribuendo così ad assecondare la generale attenzione verso i grandi maestri della scuola pittorica bresciana.
Entro un interno in penombra, illuminato da sinistra, un giovane siede davanti a un libro aperto e reca tra le mani un flauto a becco (per la precisione, un flauto dritto soprano). Il giovane indossa un ricco mantello in velluto foderato di pelliccia, dal quale sbucano il collo e i polsini arricciati di una camicia candida; porta un cappello nero lavorato e ornato di una piuma. Alle sue spalle si apre una mensola con alcuni libri e un calamaio negligentemente poggiati sul bordo; lo spoglio muro di fondo, articolato da impercettibili passaggi di luce e ombra, è affisso un foglio di musica, sul quale il pittore ha vergato il proprio nome. La composizione è tutta percorsa, e si direbbe animata, dal sottile variare della luce: sul volto si apre un triangolo luminoso, sulle mani morbide e carnose si proietta l’ombra del flauto. Incontestabili ragioni di stile portano a porre la datazione del dipinto intorno al 1525, in un momento in cui Savoldo tocca i vertici della sua creatività, in un dialogo vivo e aperto con la pittura di Lorenzo Lotto.
È stato rilevato che il brano musicale leggibile nel foglio appeso alla parete e le note decifrabili sul libro fanno riferimento a due parti di una medesima composizione a più voci, destinata in origine al canto; in particolare, si tratterebbe di una composizione proto-madrigalistica a più voci dell’ecclesiastico padovano Francesco Santacroce (1487-1556 circa), concepita a commento di un sonetto anonimo dall’incipit “O Morte? Holà!”. Nel sonetto, strutturato in forma di dialogo, è svolto il tema del poeta che invoca la Morte per essere liberato dai tormenti d’Amore; la Morte però risponde che non può soddisfare tale desiderio, in quanto Amore non permette ad altri di sottomettere il suo cuore.
Il dipinto si inserisce quindi a pieno titolo nel filone del ritratto allegorico di tema musicale, che riscosse grande fortuna nell’ambiente veneto dei primi decenni del Cinquecento in consonanza con la letteratura del tempo, per la quale la musica e la poesia concorrevano insieme a dare espressione all’esperienza – antropologica e culturale insieme – dell’amore, e in particolare dell’amore inappagato, che aveva il proprio modello letterario e morale in Francesco Petrarca e nella sua passione per Laura. Rispetto però a valenze simboliche anche complesse sembra piuttosto che il dipinto miri a restituire uno stato d’animo, ovvero la melanconia suscitata dallo struggente sentimento d’amore, condensata nello sguardo che il giovane rivolge verso l’osservatore. È stato fra l’altro ipotizzato che la collocazione della firma del pittore all’interno del foglio musicale stia a indicare che l’esecuzione di quella parte fosse di sua competenza e che dunque il ritratto raffiguri un abituale compagno di musica di Savoldo (supponendo che questi, come molti pittori suoi contemporanei fosse anche un musico) e che il flautista rivolga a lui il suo sguardo, mentre lo aspetta per dare insieme esecuzione al brano.
Roberta D’Adda
Ritratto di gentiluomo con flauto
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Titolo
Ritratto di gentiluomo con flauto
Data
1525 - 1525 ca.
Collocazione
Tipo di oggetto
Dimensioni
cm
74,3
x 100,3
Iscrizioni
In alto, sullo spartito appeso alla parete
: JOANES JERONIMUS SAUOLDIS DE / BRISIA / FACIEBAT
Inventario
DI1765
Ingresso
1994, deposito, Banca Popolare di Brescia (ora collezione Unicredit)
Provenienza
1643 ante, Parigi, Palais Cardinal, Collezione Armand-Jean du Plessis de Richelieu
1894 ante - 1924, Sevenoaks, Montreal Park, Collezione Lord William Archer, conte di Amherst
1924 - 1935 ante, Londra, Collezione Agnew
1935 ante - 1967, Firenze, Collezione Alessandro Contini Bonacossi
1967 - 1975 ante, New York, Galleria Wildenstein
1975 - 1994, New York City, Collezione Peter Jay Sharp
Bibliografia
Turati N., [scheda] in Il Rinascimento a Brescia. Moretto, Romanino, Savoldo. 1512-1552., Milano 2024, p. 84, n. 25