Il dipinto è parte del legato disposto dalla famiglia Sala Feroldi nel 1853: primo di una lunga serie di donazioni che le famiglie bresciane disposero a favore della Pinacoteca Civica, che aveva aperto proprio in quell’anno, il legato comprendeva tre dipinti già appartenuti al nobile Alessandro Sala (1777-1846), pittore e restauratore dilettante (secondo una tradizione assai diffusa nelle élites cittadine), studioso d’arte e collezionista.
Il ritratto restituisce le sembianze di un uomo ripreso frontalmente e abbigliato secondo la moda degli anni Quaranta del Cinquecento. Indossa una veste di damasco nero con disegni a foglia di cappero; il giubbone in raso rosa è decorato con tagli obliqui fra impunture verticali e chiuso da una fila di preziosi bottoni. Il personaggio indossa raffinati guanti in pelle e un cappello nero arricchito da una piuma. Seduto a un tavolo ricoperto da un panno verde, porge al riguardante una lettera chiusa. L’uomo siede in una stanza descritta dal pittore in termini di estrema sobrietà: alle spalle del personaggio la spoglia parete è appena ravvivata dalla tappezzeria verde, appesa con dei piccoli ganci a una cornice in legno modanato dello stesso colore, sulla quale poggia una lucerna in vetro trasparente piena di olio. La parete termina in una finestra, della quale sono amorevolmente descritti, seppur in scorcio, i legni un poco sconnessi e il fermo in ferro, nonché il corrispondente anello infisso al muro. Originariamente, come hanno rivelato le indagini radiografiche, la composizione prevedeva dei libri e un elmo da pompa, appoggiati sul basso parapetto che inquadra il personaggio, poi occultati in sede di redazione definitiva.
Il lussuoso abbigliamento e la presenza dei libri e dell’elmo hanno fatto pensare che si potesse trattare di un letterato particolarmente versato nelle armi: delle numerose ipotesi avanzate negli anni circa l’identità del personaggio, nessuna risulta sorretta da elementi probanti.
Il dipinto vive del connubio tra due tendenze fondamentali: da un lato l’impronta veneziana dell’impianto, evidente soprattutto nell’impostazione della figura imponente e nella brillante resa cromatica, e dall’altro l’uso tipicamente lombardo della luce, radente sulle superfici e atmosferica sullo sfondo. Il taglio della luce, che attraversa la tela lasciando in penombra una parte del volto, costruisce plasticamente lo scorcio della mano in primo piano e crea preziosi riflessi serici sulla vesta dorata.
Le variazioni luministiche contribuiscono a restituire e sottolineare l’attitudine vagamente malinconica del personaggio, come sottolineava uno dei primi commentatori del dipinto, Giovanni Battista Cavalcaselle, che così annotava nelle minute per la Histroy of Painting in North Italy: “un bel ritratto di maniera larga e grandiosa che tiene di quel modo severo di Sebastiano del Piombo e del Tiziano, di quella tinta di luce quieta che dà una certa aria misteriosa, e certa mestizia, cosa che il pittore sembra avesse nell’anima e che la trasfuse talvolta nei suoi lavori”.
Roberta D’Adda
Ritratto di gentiluomo con lettera
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Titolo
Ritratto di gentiluomo con lettera
Data
1538
Collocazione
Tipo di oggetto
Dimensioni
cm
117
x 99,6
Inventario
DI151
Ingresso
1854, legato, Sala Feroldi
Bibliografia
Parisio C., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Secoli XII-XVI, Venezia 2014, pp. 233-235, cat. 120