Pervenuta alla Pinacoteca dalla collezione di Angelo Minola con l’attribuzione insostenibile a Lattanzio Gambara, la tela è stata nel 1955 assegnata da Camillo Boselli a Johann Carl Loth, pittore tedesco di nascita ma presto divenuto veneziano. Dopo aver ricevuto la sua prima formazione dal padre, pittore pure lui, e esser stato a Roma, giunse appena ventiduenne a Venezia, nel 1656, per non lasciarla più. Inizialmente frequentò la bottega di Pietro Liberi, di orientamento classicista, ma poi si avvicinò a Giambattista Langetti e a Antonio Zanchi, legati alla corrente dei “tenebrosi”. Aperta una propria bottega, di quella corrente egli divenne uno dei maggiori esponenti, assai richiesto anche fuori Venezia da una clientela internazionale.
La proposta di attribuzione fatta da Boselli ha ricevuto sostanziali conferme in seguito, tanto che per L’Occaso la paternità può oggi essere “confermata, senza esitazioni”. Un disegno posseduto dall’Istituto Nazionale della Grafica di Roma, seppure presenti delle varianti, è sicuramente collegabile con il dipinto bresciano e ne corrobora l’autografia.
La vita di Sansone è distesamente narrata nel Vecchio Testamento, nel libro dei Giudici (Giud. 13-16). Nato miracolosamente da una donna sterile a cui un messo divino promette che metterà al mondo un figlio “sul capo del quale non passerà rasoio”, l’eroe viene destinato al nazireato, ovvero è consacrato al Signore sin dalla nascita. Sono gli anni in cui il popolo d’Israele, a causa delle sue colpe, conosce per volere divino la sottomissione ai Filistei. Giudice d’Israele per vent’anni, Sansone diviene nella narrazione biblica lo strumento del Signore per avviare la liberazione del suo popolo dal dominio straniero.
Quando si invaghisce della bella Dalila, Sansone ha già compiuto numerose prodezze, dimostrando a danno dei nemici la sua straordinaria forza e la protezione divina di cui gode. Temendolo, i principi dei Filistei corrompono Dalila per poter conoscere il segreto della potenza dell’eroe. Per tre volte la donna chiede a Sansone donde derivi la sua forza e come sia possibile legarlo per domarlo. Ogni volta Sansone dà una risposta che si rivela alla prova dei fatti una burla. Legato prima con nervi freschi, poi con funi nuove, infine fissato a un chiodo attraverso le sette trecce del suo capo, l’eroe riesce ogni volta a sciogliersi senza difficoltà, sventando l’agguato che Dalila gli ha preparato per consegnarlo ai filistei.
In conclusione però Dalila ha la meglio su Sansone: dopo averlo accusato di non ricambiare i suoi sentimenti, l’eroe cede e rivela il segreto. È per lui la fine: fatto addormentare sopra le ginocchia, è privato dei suoi capelli e venduto ai filistei in cambio di monete d’argento. Imprigionato, accecato, posto alla macina in carcere, sembra che a Sansone sia riservata solo una ingloriosa fine. Invece i capelli tornano a ricrescere. Fatto uscire dal carcere per essere occasione di divertimento e derisione durante la celebrazione di un solenne festività, Sansone riuscirà a far crollare un edificio colmo di filistei abbattendo le due colonne maestre. “Muoia io insieme ai filistei” è la famosa frase: periranno in questa occasione più nemici di Israele di quanti ne avesse uccisi durante la vita.
Il quadro “da stanza” della Pinacoteca è centrato sull’eroe che si impone in due terzi della tela, illuminato dalla luce proveniente da sinistra che scolpisce il gagliardo corpo scorciato, mettendo in evidenza il busto e soprattutto le possenti gambe piegate, nettamente chiaroscurate.
Adagiato su un mantello color senape e appena coperto dal perizoma giallo, l’eroe è sprofondato nel sonno, con il capo posato sulle ginocchia di Dalila, la cui pelle chiara e luminosa splende per contrasto con la tenda di un verde scuro che fa da sfondo. La traditrice, che si accinge a usare le forbici per radere il capo di Sansone, lancia uno sguardo d’intesa al giovane comandante dei filistei che la luce scopre nella penombra, a destra della tela. Se ne intravede il braccio sinistro e la corazza ornata con un mascherone manieristico e il capo recante un cimiero decorato con un tritone e pennacchi bianchi e rossi. È pronto a intervenire per sopraffare l’eroe, insieme ad altri due soldati appena delineati nell’oscurità che li avvolge.
L’Occaso concorda nel datare l’opera “non oltre la fine dell’ottavo decennio”; ma ribadisce che “le soluzioni ardite e la robusta articolazione del contrasto cromatico e luministico” (che hanno il loro “apice nel piede sinistro scorciato con la pianta totalmente in ombra”), la tipologia naturalistica del corpo, “l’intonazione monumentale e patetica” mostrano ancora la piena adesione di Loth alle soluzioni dei “tenebrosi”. Il dipinto andrebbe quindi sicuramente collocato prima del 1685, che è la data certa della pala della chiesa di San Felice del Benaco raffigurante Il martirio di San Bartolomeo, opera in cui Loth inizia a mutare il suo stile, “progressivamente abbandona i toni cupi” e lo “strenuo naturalismo”.
Giambattista Ceruti
Sansone e Dalila
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Titolo
Sansone e Dalila
Autore
Data
1675 - 1680 ca.
Collocazione
Tipo di oggetto
Dimensioni
cm
164
x 122,5
Inventario
DI703
Ingresso
1942, legato, Angelo Minola
Bibliografia
L'Occaso S., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Seicento e Settecento, Venezia 2011, pp. 272-273, cat. 175