Le ricerche effettuate hanno permesso di appurare, sulla scorta delle schede compilate da Camillo Boselli nel 1953-1954, che le tele provengono dai depositi municipali presso la Biblioteca Queriniana, dove erano giunte a seguito della soppressione del monastero dei benedettini cassinesi di San Faustino Maggiore in Brescia, quale frutto delle spoliazioni napoleoniche. È noto che Antonio Cifrondi si trasferì dalla provincia bergamasca a Brescia dopo la metà del secondo decennio del Settecento e che visse gli ultimi anni di vita ospite di quel monastero, certo a partire dal 1722. Lì potrebbe aver ricevuto la commissione per la serie di “vecchi” ora della Pinacoteca.
Un elemento che può essere utile a precisare la committenza si trova sulla cornice quasi sicuramente coeva del Vecchio sotto la neve. La scritta, solo recentemente valorizzata, “Rev.mo Padre Leonardo Lana” indica verosimilmente il primo proprietario, da identificarsi con tutta probabilità con il monaco benedettino Leonardo II Lana (Brescia 1640-1717), professo nel 1659 e abate del monastero bresciano dal 1709 al 1711. Fu questi ai suoi tempi un ecclesiastico di chiara fama, in più occasioni alla guida anche di altri monasteri cassinesi (Sant’Eufemia a Brescia e Pontida), protagonista negli ultimi anni di vita di uno scontro con il vescovo di Brescia per il controllo di Santa Giulia.
L’abate Lana forse conobbe il Cifrondi già quando fu abate del monastero cassinese di Pontida, fra il 1702 e il 1705, e, ritrovatolo a Brescia, potrebbe avergli commissionato ante 1717 le quattro tele per adornare il proprio studio con dei soggetti “filosofici”, ovvero sollecitazioni a meditare sulla vita e sulla vecchiaia o illustrazioni degli stati d’animo.
Le figure a tre quarti emergono dal fondo scuro e sono giocate su una ristretta gamma di colori marroni e ocra (gli stessi preferiti dal Ceruti) modulati in una ampia varietà di toni da pennellate larghe e filanti, illuminate da rialzi di bianco dati con straordinaria sprezzatura. Diverso è il caso del Vecchio sotto la neve che s’accampa contro un efficacissimo sfondo grigio azzurrato dove con poche dettagli è ricreato il livido squallore della stagione invernale.
La serie non dovrebbe essere letta come un mero “divertissement”, anche se certamente i “tipi fissi” proposti, alquanto forzati, cercano di sollecitare il riso, ma piuttosto come immagini portatrici di significati didascalici. Quando due delle tele furono nel 1935 esposte alla mostra La pittura a Brescia nel Seicento e nel Settecento, Emma Calabi propose di leggere le quattro figure come allegorie delle stagioni; Luciano Anelli, riconsiderando anni dopo l’ultima attività del clusonese, ha invece proposto di considerarle “variazioni sugli “attributi” o gli stati d’animo; quasi una riflessione filosofica sulla vecchiaia”.
La scritta “aut bene aut nihil” che compare nella tela con il Vecchio che invita al silenzio, massima che va probabilmente intesa come un richiesta perentoria a parlar bene o diversamente a tacere, svela gli intenti ammonitori e didascalici dei dipinti e fa escludere che vadano ritenuti solo rappresentazioni caricaturali e ridicole della vecchiaia.
Nel dipinto con Vecchio con clessidra il gesto di disperazione è quello di chi all’improvviso scopre amaramente la fugacità del tempo, quando ormai solo pochi granelli di sabbia lo separano dalla fine e non ha più modo di porvi rimedio. Anche il Vecchio sotto la neve, che cerca di ripararsi dalle intemperie portandosi la mano sulla testa a mo’ di cappello, non andrebbe interpretato, come pure è stato fatto, quale raffigurazione della stagione invernale, ma piuttosto ancora come esortazione a porre rimedio alle inevitabili sventure della vita per tempo, quando la sorte è favorevole.
Ancora, a corroborare la giustezza della lettura in chiave filosofica di queste opere del Cifrondi, si può ricordare che della tela raffigurante un Vecchio appoggiato a un bastone, presente nelle raccolte della Pinacoteca ma non esposta, è nota una variante in collezione privata che reca un cartiglio con la scritta “risu omnia digna”, ovvero “tutte le cose sono degne di riso”, invito al distacco dalle realtà mondane, all’atarassia di matrice stoica, probabilmente parecchio apprezzata in ambienti intellettuali illuminati, anche monastici, come quelli di cui era esponente Leonardo Lana.
I soggetti delle tele bresciane furono ripresi dal pittore clusonese in varie altre occasioni, mutandone alcuni elementi, e proprio il confronto permette di affermare che i dipinti della Pinacoteca sono di alta qualità, “punto nodale nell’ambito della produzione di genere di Cifrondi”.
Giambattista Ceruti
Vecchio appoggiato a un bastone
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Titolo
Vecchio appoggiato a un bastone
Autore
Data
1717 - 1717 ca.
Collocazione
Tipo di oggetto
Insieme di appartenenza
Dimensioni
cm
114,3
x 94
Inventario
DI738
Ingresso
1954 ante, Trasferimento
Provenienza
1954 ante, Palazzo della Loggia
Bibliografia
Terzaghi M.C., [Scheda] in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Seicento e Settecento, Venezia 2011, pp. 74-79, cat. 33c